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27 GENNAIO 2008

Ai miei colleghi Volontari presenti e... futuri


 

………..24 gennaio 1998: esame per diventare Volontario del Soccorso! Dieci anni (quasi) esatti. Dio mio! Cosa è il tempo se non una stupida illusione!
Cosa mi spinse a chiedere: “…….ma si può fare un po’ di volontariato in CRI?” ? Stavo al centro trasfusionale di Via Ramazzini per donare il sangue e mi venne in mente di fare quella domanda; “I volontari? Si, certo. Esci da qui, non andare verso l’uscita ma va verso “Villa Maraini, sei pratico? Segui la stradina asfaltata e troverai la sede dei Volontari; poi lì, chiedi………”.
Una domanda e la tua vita cambia totalmente a causa di un “Simbolo”. “Ah! Vuoi fare il volontario! Si ma adesso è maggio. Torna a settembre e chiedi di iscriverti al corso, mi raccomando! I primi di settembre, non dopo, altrimenti non trovi più posto!”.
E passa un altro anno, sai com’è! Le cose da fare nella vita sono tante, anzi, passa più di un anno……..e improvvisamente quel Simbolo te lo ritrovi davanti, sulla schiena della biondina riccia e tanto allegra (e pure carina) che non avevi mai visto in divisa e che abita sopra casa dei tuoi suoceri e sale le scale davanti a te: ”…………..ah! Ma va? Fai la volontaria? In CRI a Monteverde? Ma lo sai che c’ero passato oltre un anno fa a chiedere informazioni!?”.
Si, è cominciato tutto così. “Sei stato ammesso al corso……contento?”.
Aula magna del Forlanini; prima lezione: un mare di gente. Mi metto in cima, in cima. Non conosco nessuno. Il corso, bellissimo (quasi tutto) tranne alcune lezioni, invece, da tagliarsi le vene per la noia. E’ normale.
Ma una lezione, in particolare, unica, praticamente irripetibile; un pazzo scatenato che ti parla di una storia strana, una storia di guerra, una storia fatta di un uomo e dei suoi ideali, fatta di migliaia e migliaia di morti e sofferenza, dello slancio di umanità ed altruismo che nasce dalle donne di una cittadina del nord Italia, del mantovano, che raccolgono i morti ma soprattutto curano i feriti, orribilmente feriti, feriti come solo una guerra può fare, come solo gli uomini riescono a fare quando decidono di “sbranarsi”. La maggioranza di noi non conosce la guerra se non per immagini, consumate distrattamente insieme ad una cena, fra una chiacchiera e l’altra. Invece mentre “il pazzo” parla, ti sembra di sentirlo l’odore del sangue e della polvere ed il sudore con i cavalli che si schiantano sotto i colpi delle cannonate, e con essi gli uomini……..strani esseri gli uomini. Questo “esaltato” alla cattedra (al secolo Pino Ungaro) si muove avanti e indietro, cammina su e giù, con il suo modo di camminare così caratteristico; ti parla di un ideale (anzi, quell’Ideale) e dell’uomo (anzi, quell’Uomo, Henry Dunant) che si rovina la vita per diffondere quell’Ideale in cui crede fermamente, anzi totalmente, quell’Uomo prima dimenticato e poi quasi fortunosamente ritrovato e portato, giustamente, agli onori che gli competono, almeno negli ultimi anni della sua esistenza: la vita alcune volte non è proprio spietata!
“Il pazzo” insiste, parla di turni di notte, di aiuto a zingari, barboni, ubriachi, insiste “il pazzo” e parla di feste di Natale passate a fare servizio, lontano dalla famiglia………..;”il pazzo” (accidenti a Lui) parla di Principi, sette per l’esattezza e ti frega: “il pazzo” ne ha tante di “vittime” sulla coscienza.
E così finisco il corso e il 24 gennaio 1998 supero l’esame: io, laureato in ingegneria con 29 esami universitari sulla pelle che il giorno dell’esame ripercorre avanti e indietro quel “cacchio” di libretto non sapendo più cosa e dove ripassare, ”……..ma vuoi vedere che sbaglio proprio questo di esame…..” e c’hai paura, si, paura di sbagliare, di tornare a casa e dire “m’hanno bocciato”, paura di non poterti “cimentare” nell’avventura che “il pazzo” ti ha fatto intravedere.
Non ti rendi ancora conto di quanto sarà dolorosa quell’avventura, a quali prove e a quali sofferenze di metterà di fronte. No, ancora non lo sai, non lo puoi sapere.
E poi l’avventura la inizi: la protezione civile, l’ambulanza, il CPT di Ponte Galeria, il sasfid, l’ospedale e tanto altro. Poi diventi “monitore” perché ti va di trasmettere quel sapere che hai acquisito, perché ti piace stare con la gente non solo quando sta male.
E così inizi, servizio dopo servizio, ora dopo ora, turno dopo turno, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, per dieci lunghi, pieni, intensissimi anni. Sono anni che ti stravolgono la vita, l’esistenza, che fanno assumere alla tua esistenza tutta un’altra connotazione, che danno alla tua vita tutto un altro valore.
Valore! Bella parola il “valore”. I “valori”! Cosa sono “i valori”? Ci sono tante persone che con questa parola ci si riempiono la bocca in questo paese, che ne traggono un utile economico…….o altro. Strano paese il nostro. E tu vivi dieci anni della tua vita in un paese che affonda sempre di più nella melma (per non dire altro) aggrappandoti sempre di più ai “Valori”, anzi ai “Principi” che hai imparato ad amare, che ti sono entrati dentro e che oramai fanno parte di te, del tuo DNA.
E si che di cose brutte questo benedetto volontariato te ne ha fatte vedere tante; di motivi per mollare ne avresti: violenza e abbrutimento, tanta sofferenza e poi la morte. La tocchi con la mano la morte. Ci si abitua mai alla sofferenza? E alla morte? Si fa l’abitudine all’idea della morte?
Per paradosso cinque mesi dopo l’esame mi sono ritrovato di fronte a mia madre in arresto cardiaco per infarto miocardico acuto: i medici mi hanno detto che il mio intervento sarebbe stato inutile, tutta la mia conoscenza di BLS non sarebbe servita: ho detto “sarebbe”…….. perché io in quel momento sono rimasto immobile e ho aspettato i soccorsi che già avevo chiamato: niente “insufflazioni”, niente massaggio cardiaco esterno, niente di niente, perché quando hai davanti tua madre che muore è tutta un’altra cosa. Gli tenevo la mano e le accarezzavo il viso, anche se oramai era incosciente e non mi “sentiva” più, forse.
Si la vita è questa: tu fai l’esame per diventare volontario ed il giorno che lo superi ti senti quasi uno che ci capisce, ti senti bravo, senti che salverai le vite umane e poi……..
Ed è sempre più difficile questo cammino, perché l’Associazione , anzi l’Ente in cui ti trovi è fatto di uomini, e gli uomini non sono tutti uguali, moltissimi non hanno la tua stessa spinta morale, non condividono i tuoi stessi ideali. Qualcuno ha addosso il tuo stesso simbolo, ma l’obiettivo è diverso; magari è l’obiettivo di arrivare a fine mese per avere un po’ di soldi che gli permettano di vivere. Poi c’è lo Stato, che in Italia tutto vede e tutto ingloba, che se ne frega dei “Principi” (i “Principi” sono per gli illusi, i deficienti) e che se ne frega anche di una cosa che si chiama INDIPENDENZA. Lo stato ti da i soldi e vuole “gestirti”.
Strano Ente la CRI. Tante cose strane in Italia.
E così giorno dopo giorno adesso sono qui, è passata mezzanotte e scrivo queste righe. Stasera, 22 gennaio 2008, farò lezione ad altre persone, un’altra lezione come tante ne ho già fatte, un altro corso di arruolamento. Fra di essi ci saranno molti che abbandoneranno, è statistico, ma molti resteranno e come me, insieme a me cammineranno.
Voglio bene ai miei “colleghi”; mi lega ad essi un affetto profondo, intenso, sincero, un affetto che nasce dalla condivisione di qualcosa di estremamente elevato, di estremamente puro. Non riesco a trovare altre parole per dire loro quanto io li ami profondamente, tutti.
Ho un desiderio. Alla mia morte vorrei avere addosso il Simbolo della Croce Rossa. Questa è un’idea che molti di noi si sono scambiati, anche ricorrendo ad una battuta scherzosa. Io la ribadisco qui. Vorrei fosse così.
Non credo di dover dire altro se non VI VOGLIO BENE.

Gaetano Trovalusci


 

 

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