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………..24 gennaio 1998: esame
per diventare Volontario del Soccorso! Dieci anni
(quasi) esatti. Dio mio! Cosa è il tempo
se non una stupida illusione!
Cosa mi spinse a chiedere: “…….ma
si può fare un po’ di volontariato
in CRI?” ? Stavo al centro trasfusionale
di Via Ramazzini per donare il sangue e mi venne
in mente di fare quella domanda; “I volontari?
Si, certo. Esci da qui, non andare verso l’uscita
ma va verso “Villa Maraini, sei pratico?
Segui la stradina asfaltata e troverai la sede
dei Volontari; poi lì, chiedi………”.
Una domanda e la tua vita cambia totalmente a
causa di un “Simbolo”. “Ah!
Vuoi fare il volontario! Si ma adesso è
maggio. Torna a settembre e chiedi di iscriverti
al corso, mi raccomando! I primi di settembre,
non dopo, altrimenti non trovi più posto!”.
E passa un altro anno, sai com’è!
Le cose da fare nella vita sono tante, anzi, passa
più di un anno……..e improvvisamente
quel Simbolo te lo ritrovi davanti, sulla schiena
della biondina riccia e tanto allegra (e pure
carina) che non avevi mai visto in divisa e che
abita sopra casa dei tuoi suoceri e sale le scale
davanti a te: ”…………..ah!
Ma va? Fai la volontaria? In CRI a Monteverde?
Ma lo sai che c’ero passato oltre un anno
fa a chiedere informazioni!?”.
Si, è cominciato tutto così. “Sei
stato ammesso al corso……contento?”.
Aula magna del Forlanini; prima lezione: un mare
di gente. Mi metto in cima, in cima. Non conosco
nessuno. Il corso, bellissimo (quasi tutto) tranne
alcune lezioni, invece, da tagliarsi le vene per
la noia. E’ normale.
Ma una lezione, in particolare, unica, praticamente
irripetibile; un pazzo scatenato che ti parla
di una storia strana, una storia di guerra, una
storia fatta di un uomo e dei suoi ideali, fatta
di migliaia e migliaia di morti e sofferenza,
dello slancio di umanità ed altruismo che
nasce dalle donne di una cittadina del nord Italia,
del mantovano, che raccolgono i morti ma soprattutto
curano i feriti, orribilmente feriti, feriti come
solo una guerra può fare, come solo gli
uomini riescono a fare quando decidono di “sbranarsi”.
La maggioranza di noi non conosce la guerra se
non per immagini, consumate distrattamente insieme
ad una cena, fra una chiacchiera e l’altra.
Invece mentre “il pazzo” parla, ti
sembra di sentirlo l’odore del sangue e
della polvere ed il sudore con i cavalli che si
schiantano sotto i colpi delle cannonate, e con
essi gli uomini……..strani esseri gli
uomini. Questo “esaltato” alla cattedra
(al secolo Pino Ungaro) si muove avanti e indietro,
cammina su e giù, con il suo modo di camminare
così caratteristico; ti parla di un ideale
(anzi, quell’Ideale) e dell’uomo (anzi,
quell’Uomo, Henry Dunant) che si rovina
la vita per diffondere quell’Ideale in cui
crede fermamente, anzi totalmente, quell’Uomo
prima dimenticato e poi quasi fortunosamente ritrovato
e portato, giustamente, agli onori che gli competono,
almeno negli ultimi anni della sua esistenza:
la vita alcune volte non è proprio spietata!
“Il pazzo” insiste, parla di turni
di notte, di aiuto a zingari, barboni, ubriachi,
insiste “il pazzo” e parla di feste
di Natale passate a fare servizio, lontano dalla
famiglia………..;”il pazzo”
(accidenti a Lui) parla di Principi, sette per
l’esattezza e ti frega: “il pazzo”
ne ha tante di “vittime” sulla coscienza.
E così finisco il corso e il 24 gennaio
1998 supero l’esame: io, laureato in ingegneria
con 29 esami universitari sulla pelle che il giorno
dell’esame ripercorre avanti e indietro
quel “cacchio” di libretto non sapendo
più cosa e dove ripassare, ”……..ma
vuoi vedere che sbaglio proprio questo di esame…..”
e c’hai paura, si, paura di sbagliare, di
tornare a casa e dire “m’hanno bocciato”,
paura di non poterti “cimentare” nell’avventura
che “il pazzo” ti ha fatto intravedere.
Non ti rendi ancora conto di quanto sarà
dolorosa quell’avventura, a quali prove
e a quali sofferenze di metterà di fronte.
No, ancora non lo sai, non lo puoi sapere.
E poi l’avventura la inizi: la protezione
civile, l’ambulanza, il CPT di Ponte Galeria,
il sasfid, l’ospedale e tanto altro. Poi
diventi “monitore” perché ti
va di trasmettere quel sapere che hai acquisito,
perché ti piace stare con la gente non
solo quando sta male.
E così inizi, servizio dopo servizio, ora
dopo ora, turno dopo turno, giorno dopo giorno,
mese dopo mese, anno dopo anno, per dieci lunghi,
pieni, intensissimi anni. Sono anni che ti stravolgono
la vita, l’esistenza, che fanno assumere
alla tua esistenza tutta un’altra connotazione,
che danno alla tua vita tutto un altro valore.
Valore! Bella parola il “valore”.
I “valori”! Cosa sono “i valori”?
Ci sono tante persone che con questa parola ci
si riempiono la bocca in questo paese, che ne
traggono un utile economico…….o altro.
Strano paese il nostro. E tu vivi dieci anni della
tua vita in un paese che affonda sempre di più
nella melma (per non dire altro) aggrappandoti
sempre di più ai “Valori”,
anzi ai “Principi” che hai imparato
ad amare, che ti sono entrati dentro e che oramai
fanno parte di te, del tuo DNA.
E si che di cose brutte questo benedetto volontariato
te ne ha fatte vedere tante; di motivi per mollare
ne avresti: violenza e abbrutimento, tanta sofferenza
e poi la morte. La tocchi con la mano la morte.
Ci si abitua mai alla sofferenza? E alla morte?
Si fa l’abitudine all’idea della morte?
Per paradosso cinque mesi dopo l’esame mi
sono ritrovato di fronte a mia madre in arresto
cardiaco per infarto miocardico acuto: i medici
mi hanno detto che il mio intervento sarebbe stato
inutile, tutta la mia conoscenza di BLS non sarebbe
servita: ho detto “sarebbe”……..
perché io in quel momento sono rimasto
immobile e ho aspettato i soccorsi che già
avevo chiamato: niente “insufflazioni”,
niente massaggio cardiaco esterno, niente di niente,
perché quando hai davanti tua madre che
muore è tutta un’altra cosa. Gli
tenevo la mano e le accarezzavo il viso, anche
se oramai era incosciente e non mi “sentiva”
più, forse.
Si la vita è questa: tu fai l’esame
per diventare volontario ed il giorno che lo superi
ti senti quasi uno che ci capisce, ti senti bravo,
senti che salverai le vite umane e poi……..
Ed è sempre più difficile questo
cammino, perché l’Associazione ,
anzi l’Ente in cui ti trovi è fatto
di uomini, e gli uomini non sono tutti uguali,
moltissimi non hanno la tua stessa spinta morale,
non condividono i tuoi stessi ideali. Qualcuno
ha addosso il tuo stesso simbolo, ma l’obiettivo
è diverso; magari è l’obiettivo
di arrivare a fine mese per avere un po’
di soldi che gli permettano di vivere. Poi c’è
lo Stato, che in Italia tutto vede e tutto ingloba,
che se ne frega dei “Principi” (i
“Principi” sono per gli illusi, i
deficienti) e che se ne frega anche di una cosa
che si chiama INDIPENDENZA. Lo stato ti da i soldi
e vuole “gestirti”.
Strano Ente la CRI. Tante cose strane in Italia.
E così giorno dopo giorno adesso sono qui,
è passata mezzanotte e scrivo queste righe.
Stasera, 22 gennaio 2008, farò lezione
ad altre persone, un’altra lezione come
tante ne ho già fatte, un altro corso di
arruolamento. Fra di essi ci saranno molti che
abbandoneranno, è statistico, ma molti
resteranno e come me, insieme a me cammineranno.
Voglio bene ai miei “colleghi”; mi
lega ad essi un affetto profondo, intenso, sincero,
un affetto che nasce dalla condivisione di qualcosa
di estremamente elevato, di estremamente puro.
Non riesco a trovare altre parole per dire loro
quanto io li ami profondamente, tutti.
Ho un desiderio. Alla mia morte vorrei avere addosso
il Simbolo della Croce Rossa. Questa è
un’idea che molti di noi si sono scambiati,
anche ricorrendo ad una battuta scherzosa. Io
la ribadisco qui. Vorrei fosse così.
Non credo di dover dire altro se non VI VOGLIO
BENE.
Gaetano Trovalusci
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