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- 31 ottobre 2006 -

INCIDENTE ALLA METRO DI ROMA

Riflessioni

 

Ogni volta che mi trovo a partecipare ad una emergenza è un’esperienza diversa. Diversa non solo nell’aspetto –come viene chiamato – logistico o nel ruolo che di volta in volta ricopro (autista ABZ, operatore radio in Questura o a 118, squadra appiedata, responsabile dell’evento, supporto psicologico ecc.), ma perché soprattutto sono diverso io.

Queste, sono esperienze che ti cambiano la vita, che di volta in volta cambiano il tuo angolo di osservazione, o meglio, è come se aumentassero gli ingrandimenti di uno strano microscopio con il quale vedi più dentro alle cose della vita e alle altre persone.

Ogni volta, guardando gli altri e cercando di guardarmi dentro, mi rendo sempre più conto di quanto siamo fragili nel corpo, nei sentimenti e nella mente.

Di Vigna Jacobini ricordo l’umanità dei Vigili del Fuoco, di San Giuliano il dolore e la dignità di gente semplice che aveva perso una parte del proprio futuro, dell’emergenza Tsunami a Fiumicino ricordo quelli che scendevano dall’aero vestiti come Mago Merlino di ritorno da Honolulu e anche qualcuno con l’ombrellone del villaggio turistico andato distrutto, preso come ricordo.

Del 17 ottobre, dell’incidente della Metro, ho in mente il suono di tanti telefonini che squillano, in mano a persone che rispondono, che chiamano: sembrava un orrendo spot pubblicitario (chissà perchè non ci hanno ancora pensato).

D’altronde quando Barbara, Francesca e io siamo arrivati all’Ospedale San Giovanni, erano passate già due ore dal Crash e quindi ci eravamo “persi” la fase più calda. Nonostante questo come al solito basta dare il “la” e tutte le persone coinvolte nell’incidente cominciano il loro racconto più o meno concitato su quello che era successo. Si passava dalla “palla di fuoco” prima dell’impatto al “mi sono risvegliata in ospedale” al “se non fosse stato per me e per un altro signore che abbiamo aperto la porta, il bilancio sarebbe stato peggiore”. Da tre persone ho sentito dire che si sentivano in colpa perché loro non si erano fatte praticamente nulla a parte qualche graffio.

E’ così che và!

Una cosa ho notato: praticamente nessuna delle persone presenti al Pronto Soccorso parlava con gli altri per condividere quello che era successo, quasi stessero ancora sulla Metro, ognuno a pensare ai cavoli propri. Con noi però parlavano!

E’ strano, ma sono sicuro che c’è una spiegazione in questo comportamento. Forse la divisa, oppure siamo noi che siamo bravi! Secondo me c’è la voglia di aprirsi ma c’è anche una grande paura ad esporsi: diffidenza verso gli altri? O forse è un mio problema? Sono io che sento anormale un atteggiamento che invece è normale? Forse era passato poco tempo ed erano ancora sotto shoch, però con noi parlavano. Non c’è un caso particolare di cui valga la pena parlare, ripeto, forse perché siamo arrivati un una fase dove l’emergenza, quella vera, il picco massimo, era passata.

Resta comunque il fatto che solo nella fase operativa ci si rende conto veramente di quanto sia importante una attività del genere: utile alle vittime, che poi ci ringraziano, agli operatori sanitari, che cominciano finalmente a riconoscerci qualche merito, e a noi che arricchiamo di più il nostro bagaglio di conoscenza e di esperienza. Mauro Iannarelli

relazione a cura della VdS Mauro Iannarelli

foto del Servizio Relazioni Esterne e Documentazione

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