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Ogni volta che mi trovo a partecipare ad una
emergenza è un’esperienza diversa. Diversa non
solo nell’aspetto –come viene chiamato – logistico
o nel ruolo che di volta in volta ricopro (autista
ABZ, operatore radio in Questura o a 118, squadra
appiedata, responsabile dell’evento, supporto
psicologico ecc.), ma perché soprattutto sono
diverso io.
Queste, sono esperienze che ti cambiano la vita,
che di volta in volta cambiano il tuo angolo di
osservazione, o meglio, è come se aumentassero
gli ingrandimenti di uno strano microscopio con
il quale vedi più dentro alle cose della vita
e alle altre persone.
Ogni volta, guardando gli altri e cercando di
guardarmi dentro, mi rendo sempre più conto di
quanto siamo fragili nel corpo, nei sentimenti
e nella mente.
Di Vigna Jacobini ricordo l’umanità dei Vigili
del Fuoco, di San Giuliano il dolore e la dignità
di gente semplice che aveva perso una parte del
proprio futuro, dell’emergenza Tsunami a Fiumicino
ricordo quelli che scendevano dall’aero vestiti
come Mago Merlino di ritorno da Honolulu e anche
qualcuno con l’ombrellone del villaggio turistico
andato distrutto, preso come ricordo.
Del 17 ottobre, dell’incidente della Metro, ho
in mente il suono di tanti telefonini che squillano,
in mano a persone che rispondono, che chiamano:
sembrava un orrendo spot pubblicitario (chissà
perchè non ci hanno ancora pensato).
D’altronde quando Barbara, Francesca e io siamo
arrivati all’Ospedale San Giovanni, erano passate
già due ore dal Crash e quindi ci eravamo “persi”
la fase più calda. Nonostante questo come al solito
basta dare il “la” e tutte le persone coinvolte
nell’incidente cominciano il loro racconto più
o meno concitato su quello che era successo. Si
passava dalla “palla di fuoco” prima dell’impatto
al “mi sono risvegliata in ospedale” al “se non
fosse stato per me e per un altro signore che
abbiamo aperto la porta, il bilancio sarebbe stato
peggiore”. Da tre persone ho sentito dire che
si sentivano in colpa perché loro non si erano
fatte praticamente nulla a parte qualche graffio.
E’ così che và!
Una cosa ho notato: praticamente nessuna delle
persone presenti al Pronto Soccorso parlava con
gli altri per condividere quello che era successo,
quasi stessero ancora sulla Metro, ognuno a pensare
ai cavoli propri. Con noi però parlavano!
E’ strano, ma sono sicuro che c’è una spiegazione
in questo comportamento. Forse la divisa, oppure
siamo noi che siamo bravi! Secondo me c’è la voglia
di aprirsi ma c’è anche una grande paura ad esporsi:
diffidenza verso gli altri? O forse è un mio problema?
Sono io che sento anormale un atteggiamento che
invece è normale? Forse era passato poco tempo
ed erano ancora sotto shoch, però con noi parlavano.
Non c’è un caso particolare di cui valga la pena
parlare, ripeto, forse perché siamo arrivati un
una fase dove l’emergenza, quella vera, il picco
massimo, era passata.
Resta comunque il fatto che solo nella fase operativa
ci si rende conto veramente di quanto sia importante
una attività del genere: utile alle vittime, che
poi ci ringraziano, agli operatori sanitari, che
cominciano finalmente a riconoscerci qualche merito,
e a noi che arricchiamo di più il nostro bagaglio
di conoscenza e di esperienza. Mauro Iannarelli
relazione a cura della VdS Mauro Iannarelli
foto del Servizio Relazioni Esterne e Documentazione

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